#liveact: Secret Gig – Broken Memories

Calista Records e il suo piccolo miracolo

*di Matteo Viberti*

JJ-9

Un cane insegue la pallina di gomma in una stanza di un bilocale di via Saluzzo. Invece di trovare la geometria rettilinea delle pareti, però, trova un paio di ginocchia. A gambe incrociate l’ospite – che il cane non riconosce: non è né il suo padrone né altra persona dall’odore familiare – prende la pallina e la ritira. Dopo pochi centimetri la pallina sbatte contro un altro paio di piedi. Il cane si ferma, si guarda attorno. Non c’è più un angolo libero della stanza. In venti metri quadri si contano trenta persone. Tutte sconosciute tra loro. Schiacciate una all’altra. Ma stranamente, a proprio agio. Ad-agio. Parola che ricorda una lentezza poco comune nel mondo fuori da lì.

Fino a qualche ora prima gli avventori non conoscevano l’indirizzo dove recarsi, poi si erano radunati nell’appartamento di via Saluzzo in seguito a una comunicazione dell’etichetta discografica della Calista Records. Il cane non sa queste cose. Guarda i corpi seduti a gambe incrociate e accavallate  per terra, divano e sedie. Tutte sedute tranne una. Uno è in piedi dietro a un tavolo. Ha un violino in mano e attacca a suonare mentre gli astanti stanno in silenzio, in una sorta di religiosa contemplazione.

Il cane pure, rimane a guardare. Smette di inseguire la pallina.

Video e visual vengono proiettati sulla parete del salotto.

Le melodie ricordano dipinto. Forse di quelli di Turner, dove i colori colano uno dentro l’altro e sono come il pongo.

Tre cose sembrano colpire il cane:

1) L’arco del violino che va avanti e indietro, ogni due battute, almeno otto quarti, cambia direzione. Fa respiri lunghi, si dilata come un organo.

2) Le basi di batterie replicano una specie di ritmo cardiaco. A volte sono affetti, amori e tristezze. Altre volte antiche danze tribali.

3) I gesti dell’uomo che suona. Non alza mai lo sguardo l’uomo che suona. Sta chinato su strumenti, tasti, manopole. Sfiora invece di schiacciare.

Ci sono melodie post rock che ricordano la sapienza leggendaria dei Sigur Ros, dei Mogwai, degli Explosions in the Sky…E’ un album che mentre suona lascia le bocche semiaperte e fa chiudere gli occhi dei presenti.  Uno seduto nell’angolo dice all’amico sottovoce: è un disco “corporeo”. In effetti su trenta persone del pubblico almeno dieci eseguono questo movimento di chiusura delle palpebre. Gli altri si cullano. Nessuno guarda il vicino nonostante la prossimità. E’ chiaro che l’arpeggio e la struttura musicale stimolano specifiche reazioni fisiche nei presenti. Come una “transizione”: dalla situazione del presente del qui ed ora a un altrove indefinito, un “là” privato ma in qualche modo comune, ognuno nei suoi sé passati e futuri. L’artista – forse non a caso – è Broken Memories. Nome che evoca la “rottura”, il “frammento” e il “prima”.

Non tutti gli album sanno fare miracoli del genere. Non tutte le musiche.

Il cane rimane immobile in una strana contemplazione. Smette d’inseguire la pallina e per un attimo, nell’appartamento di via Saluzzo, sembra che le regole del quotidiano, degli incontri, dei “come va” e “cosa fai nella vita”. delle formalità e delle procedure sociali, degli addii, delle bollette da pagare e dei badge da strisciare, si siano sospese.

Tutto per una volta uguale a se stesso.

A fine concerto l’ultimo applauso non arriva subito ma lascia un attimo di silenzio. Come a dire: “non finire”.

Poi si sente il suono della pallina sbattere contro una parete nella stanza e il cane ricomincia il suo instancabile gioco di vicinanza e distanza, prendere e lasciare. E tutto torna ad essere normale.

Qui sotto, un piccolo estratto registrato con lo smartphone (la semplicità non si giudica, si ama!)

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